domenica 16 febbraio 2014




                       W gli anni 70'

Ma come ancora con gli anni 70' ? Non erano  anni  cosi tremendamente ideologici? intrisi di violenza politica che poi è sfociata nel terrorismo?  Anni in cui la sera non si poteva uscire di casa per le continue rapine e sequestri. Gli anni della strategia della tensione, delle bombe che esplodevano sui treni, nelle banche e nelle stazioni. Ma vuoi mettere con il decennio precedente, con la spenzieratezza del boom economico, delle fiat 600 comprate a rate cosi come per le enciclopedie e qualsiasi altro  bene durevole, dell'estati a Forte dei Marmi, del twist, della dolce vita. Dove finalmente ci siamo lasciati alle spalle le devastazioni e gli orrori della guerra, dove guardavamo con un irrefrenabile ottimismo verso il futuro. Ma come tutte l'epoche considerate belle nascondeva il suo lato oscuro, la crescita del boom era fondata su una fortissima contrazione dei salari dei lavoratori e una fortissimo squilibrio economico  tra Nord e Sud. Una  società, quella italiana degli anni 60', fortemente classista nelle sue principali istituzioni, dalla scuola al sistema della giustizia. Un processo di urbanizzazione delle grandi città avvenuto in maniera caotica, con l'assenza dei piu' elementari servizi pubblici, interi quartieri nati dal nulla senza alcun piano regolatore, dove si ammassavano le classi popolari emigrate dal sud del paese.  Queste contraddizioni non tardarono ad esplodere come la rivolta operaia di piazza Statuto a Torino nel 1962 dimostra, dove il sistema del lavoro a cottimo era diventato insostenibile per la classe operai e una nuova figura di operaio prendeva forma. L'operaio massa, di origine meridionale, spoliticizzato, non legato a nessun sindacato, solamente incazzato e difficilmente addomesticabile come al contrario fu il suo predecessore: l'operaio professionale. Quella rivolta  doveva essere il campanello dall'allarme per la classe dirigente di questo paese, cosi non fu. La stragrande maggioranza di essa non avvertiva che per le classi popolari  i precetti della costituzione italiana erano lettera morta, che quella italiana non era ancora una democrazia compiuta. Ma come spesso avviene nella storia, quello che non viene concesso dall'alto, se lo prende il popolo dal basso. E cosi fu nel decennio successivo.  Ma che c'entra ora sto pippone ? voi direte. Beh è una riflessione nata dopo la vista ad una splendida mostra al palazzo dell'esposizione di Roma: "Anni Settanta".
Spinto da un intervista a Kounellis sul Venerdi di Repubblica, in cui l'artista di origine greche racconta le sue esperinze in quel decennio.
L'intervista inzia con una non tanto velata critica a Renato Guttuso. Kounellis accusa l'artista siciliano di non saper dipingere. Io ci rifletto un attimo e mi viene in mente la Vucciaria...beh effettivamente non è un bel quadro i personaggi sono tutti un po legnosi, poco dinamici.
Beh in fin dei conti Kounellis non ha tutti i torti, poi Guttuso era l'artista organico al Pci, era l'espressione di quel realismo sovietico di cui tutti all'inizio degli anni 70' avevano le tasche piene. Quell'arte cosi retorica, che vuoleva educare le masse, spiegando ad esse come è la realtà. E preso da un furore gruppettaro mi reco al Palazzo dell'Esposizione.
E mi trovo di fronte a queste opere:

                                     

                                      
                                        
                                    
                                      

                                 



Mi è scattato subito il riflesso del critico cinematografico di Sogni d'Oro di Nanni Moretti: ma cosa può capire di quest'arte una casalinga di Treviso, un bracciante lucano o un pastore sardo?
La solita arte elitaria, che usa un linguaggio incomprensibile per i proletari, che gli preferiscono i rassicuranti ed edulcurati modelli della cultura di massa. Girando sdegnato per le sale, mi imbatto in dei video dell'epoca: uno sulla lotta degli infermieri e portantini al Policlinico di Roma. Nel video uno dei leader della lotta parla, con un italiano sgrammaticato e dialettale, di riappropri azione della vita da parte dei proletari, che i conflitti  dovevano essere indirizzati verso la conquista del potere e non solo per gli aumenti salariali. Al di là dei discorsi intrisi di ideologia mi sono illuminato ho pensato che il tizio nel video stava sperimentando anche  lui come gli artisti dell'istallazioni. Tutti sperimentavono modi di vita e forme di espressione diversi e alternativi, in una ripresa della parola collettiva. La cultura, in tutte le sue espressioni, non era più quella  veicolata dall'alto, ma elaborata dal basso in modi e contenuti  non confacenti all'estetica dominate. Come nei movimenti si mettevano in discussione il ruolo della famiglia, il patriarcato i rapporti di produzione, nell'arte s'indagava sui linguaggi in maniera libera, dove la libertà era valida solo se era appannaggio di tutti. Allora l'artista d'avanguardia marciava compatto con l'operaio della Fiat, come il primo rompeva gli schemi estetici a cui era ancorato fino a quel momento cosi facevano gli operai nella catena di montaggio, ribaltando il dominio dei padroni, sottraendosi alla catena di montaggio e alla sfruttamento, rifiutando il lavoro che il capitale gli imponeva. Gli operai scappavano dalle fabbriche volevano, da rude razza pagana, prendersi l'unica vita che hanno. Gli artisti occupavano le gallerie, spiazzavano i critici esautoratandoli dal loro ruolo di sacerdoti dell'estetica . Alla fine mi sono detto allora w gli anni 70'

dopo di allora c'è stato il crollo dei salari come si vede dal grafico




 






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